La Grande assente" Mia recensione de La Mala educacion (Pedro Almodovar)
La caratteristica del film-scandalo del regista madrileno è l’adattamento del genere noir ad una sceneggiatura di personaggi al maschile, accomunati dal tema della omosessualità rappresentato in una dimensione di disfunzionalità esistenziale e morale. La drammatizzazione inscenata sull’universo maschile tende, forse, a significare una svolta narrativa di Almodòvar, da sempre regista che ha prediletto regalare ritratti femminili, con l’inevitabile scandagliamento psicologico di personalità dominate dalla passione e da un passato sofferto ed ai limiti della denuncia etica. L’attenzione sarà, pertanto, rivolta a svelare l’apparente assenza di personaggi femminili che, se non enfatizzati direttamente, appaiono come una meta a cui tendere, come il punto di riferimento, reale e immaginario, in una società all’insegna di radicali mutamenti socio-politici e di costume.
Il film svela questa idolatria del femminile già nelle prime immagini di un’icona gay di un cinema di provincia, che, attraverso un manifesto pubblicitario, segna il passaggio generazionale nonché epocale. Altro elemento femminile è rappresentato dal bel canto di una voce bianca, ancora non deturpata da una crescita puberale e psicologica, fonte di sofferenza e scelte estreme. Sono, in ogni modo, le manifestazioni della creatività artistica ad omaggiare caratteristiche simbolicamente associate ad una sensibilità che vede il maschile fondersi col femminile: il cinema, la scrittura, la musica e gli spettacoli drag, i quali, ritualizzando movenze e comportamenti femminili, mistificano, in una dimensione di contemplabilità, l’aspirazione del divenire-donna fino ad assumere la valenza di un culto pagano. In quest’omaggio al mito arcaico della grande madre, sono i personaggi transessuali a interrompere la complementarietà dei due generi che, nella ancora non accettata visibilità sociale, sono contemporaneamente citati e censurati, eretti a simbolo, nelle vesti di capri espiatori, di un malessere esistenziale irreversibile.
Tutto su mia madre ha probabilmente contribuito ad una riflessione sociale sulla stigmatizzazione ed emarginazione nei confronti dei transessuali; La mala educaciòn, reiterando uno stile cinematografico fatto di flashback e colpi di scena, in cui il filo conduttore delle storie narrate è dato dalla presenza-assenza dell’uomo divenuto donna, finisce, invece, per ricalcare un personaggio, quello di Lola, edonista ed alla ricerca di un’isola felice indipendentemente dalle conseguenze dei suoi comportamenti.
Ne La mala educaciòn è il ragazzino, da piccolo abusato dal suo educatore clericale, a suggellare una rappresentazione sociale, sfociante in uno stereotipo, della transessualità segnata da un’infanzia difficile. Abbellito nella dimensione di metacinema, che tinge con colori accesi la realtà (il ragazzo latino bello, l’amico travestito ironico e sopra le righe), il transessuale, nello spazio-tempo del film nel film, è “ incipriato” dall’avvenenza di un travestito già sex-simbol al maschile, che sicuro della credibilità di una raggiunta bellezza femminile, anche se visibilmente artefatta, affronta il mondo a testa alta. Bisogna aspettare il secondo tempo del film per avere un altro impatto con la realtà del transessualismo, quando, in contrasto con la ricamata trasposizione filmica, si fanno i conti con l’inevitabile destino di un’infanzia sottratta dell’innocenza e della purezza del primo amore. Quando il vero transessuale apre al nemico e carnefice la porta della sua vita per un riscatto esistenziale, abbiamo finalmente accesso ad una rappresentazione di una realtà lontana dalla costruzione di un’icona trans sullo stile “nuova femme fatale”. Ecco come la censura prende campo nella svalorizzazione estetica di un corpo chirurgicamente costruito, con un volto per nulla fotogenico a voler giustificare i comportamenti di disprezzo ed additamento culturale. Il transessuale, alla disperata ricerca di un corpo che faccia giustizia ad una sensibilità matura e rifiutata, è vittima costante. Non ha neanche la possibilità di divenire, dato che la sua costruzione è ostacolata da una tossicodipendenza che si rivelerà mortale nel momento stesso di una presa di coscienza della propria vita. Vittima culturale, sociale, estetica, è infine vittima della sceneggiatura stessa che, nel gioco delle parti, ha preferito focalizzarsi sulle brutture psicologiche del giovane fratello, che, in una moderna versione del biblico fratricidio, si sostituisce al fratello trans, impedendo la valorizzazione di una femminilità sentita e sofferta.
Voto al film: 10
